Mario Franco / “Filmaker”

“Scrivere di Mario Franco è un rischio piacevole, a costo di ripetersi e dire cose che tutti sanno, perché in mezzo a tanto affermare, di sicuro viene fuori qualche cosa di nuovo, tanto è ricco di pause, di sospensioni, ogni suo discorso, tanto che niente può essere dato per scontato. Tanto più che spesso si constata che non c’è nulla di più ignoto, di una cosa nota a tutti, come la famosa favola del re nudo che tutti vedevano vestito ed elegante. Un artista che ci offre una continua verifica dei poteri dell’arte contemporanea, capace di sapere utilizzare le stimmate di una tematica alta (l’eruzione del Vesuvio, le architetture spettacolari delle grandi città, le performance dei grandi artisti con cui ha lavorato), capace di tenere nello stesso registro, lo scandalo e la spiritualità, che sono i fondamentali di noi stessi, forza di riflessioni, che dalla fisica di trucchi e artifici, salgono alle alte vette di un visibile dell’invisibile versus un invisibile del visibile. Mario Franco, trova nelle sue riprese, una potente polarità dialettica della spettacolarità dei corpi, quando la visibilità del particolare scontato sembra impossibile, se non in quel preciso luogo della rappresentazione, che diventa la summa delle verità che in essi confluiscono. Qualcuno legge questi nostri giorni, come giorni della stasi e della confusione, ma il maestro Franco ci insegna che così non è, perché gli artisti sono impegnati, ognuno, in una rivoluzione, personale, nell’uso sperimentale di tutti i linguaggi, da quelli più avanzati a quelli più tradizionali, non si salva nessuno, da una continua visitazione e messa in crisi, in un vortice continuo del perdersi e del trovarsi, così rapido e traumatico, da apparire immobile. I personaggi di Mario Franco sono spinti sulla scena della rappresentazione, tutti allo stesso modo, con la stessa regia (Bonito Oliva la definì laterale), con cui l’occhio dell’artista li ha preparati come attori, della nostra epoca per un’altra epoca, dagli scavi di Pompei a New York, dall’antica Grecia alla galleria di Lucio Amelio. Quest’ultima considerata, ai tempi in cui vi lavorava Franco, scandalosa, priva di spiritualità, aperta a contaminazioni ereticali, in un tempo di dogmatismo pieno (l’idealismo crociano ha imperato a Napoli anche dopo il secondo conflitto mondiale). Il risultato è altamente poetico, non fosse altro che per la diversità delle concezioni dell’etica e della incompiutezza e dello stesso ruolo dell’arte, intessuto nelle pieghe misteriose che reggono gli equilibri della vita e della morte, che rimangono ancorate ai bisogni radicali della specie umana, quelli a cui nessuno potrà dare risposte definitive, che nessun gioco culturale è mai riuscito ad esorcizzare. Di tutto questo, il contesto della Cina, con tutta la sua aurea e suggestione, a cui Franco ha dedicato la sua ultima ricerca, diventa il punctum di connessione per la sua grande arte, la cui discontinuità, sia quando è automatica e muscolare, sia quando è ricercata e intellettuale serve alla strategia del sogno, alla fantasia, che il realismo parossistico, come il suo, può incorporare, in quantità elevate, che è quella del dramma e della tragedia, le cui categorie emotive ed esistenziali fanno parte di un corredo trasversale che interessa tutti e non esclude nessuno. Mario Franco, caposcuola indiscusso della sperimentazione cinematografica, in quarant’anni di traiettoria espressiva ha saputo massimizzare la visualità delle forme filmiche, la cui quantità possibile, sconfina, con le esibizioni di una fantasia liberata dai vincoli della riconoscibilità iconografica, aperti ad una infinitezza di significati, che può anche volere dire, una loro assenza, due cose che in coordinate antropologiche, finiscono per coincidere (torna sempre la coincidentia oppositorum) allargando l’orizzonte della fantasia e dando al reale quel tocco magico di leggerezza che lo libera dalla pesantezza dell’ordinario che tende ad appiattire inesorabilmente tutto, nell’ordinario e nel quotidiano. Contemplazione è un termine uscito di moda tante volte, ma poi quando lo si considerava seppellito, riapparso miracolosamente, perché appartiene ad una summa di linguaggi, che sono, spaziali, temporali, matematici, poetici, fisici, spirituali e vengono a confluire nelle stesse contrade dell’intuizione, che ogni opera di Franco suggerisce, con una varianza di toni, che va dal documentario all’evanescente, che evolve e si trasforma, dicendoci sibillinamente che, anche quando ci sembra di andare avanti, verso la compiutezza, stiamo girando intorno ad un quid, oppure stiamo volgendo lo sguardo al passato. Il titolo della mostra L’etica dell’incompiutezza si riferisce all’incombente precarietà della nostra epoca ed è il superamento delle “magnifiche sorti e progressive”, la perdita di fiducia in una storia votata al compimento. Essa è, piuttosto, l’accettazione del sapere nietzscheano, dell’ Unwissenheit um die Zukunft (l’ignoranza del futuro, la non impazienza dell’anticipazione) e, per un altro verso, è la necessità di una incompiutezza che nessuna fede può più colmare. La libertà di una forma di pensiero e di un modo d’esistenza che dobbiamo cercare nella pratica di un’etica capace di “illuminare/orientare” la conoscenza. Fecondità di un pensare che, oltre il progetto, mette in circolo e custodisce il segreto di un vero lusso: quello dell’artista che fa della sua vita uno splendore infinitamente in rovina, un insulto silenzioso alla laboriosa menzogna del mercato. Il video inedito Si intitola Non Luogo Cina con evidente riferimento al contenuto del libro Non-lieux. Introduction à une anthropologie de la surmodernité (Non-luoghi – Introduzione a un’antropologia della surmodernità) dell’antropologo francese Marc Augé. La Cina è ormai un luogo virtuale, irreale, privo di riscontri tradizionali: grattacieli, aeroporti, stazioni di treni superveloci, centri commerciali: tanti luoghi spersonalizzanti, non identitari. Anche la “Città Proibita” a Pechino sembra una Disneyland: luogo banalizzato alla stregua di “curiosità”, di “oggetto interessante” per turisti. Inoltre, per una serie di disguidi nel nostro viaggio, ho visto soprattutto aeroporti, sale d’aspetto, ascensori, alberghi internazionali. In tutti questi spazi, milioni di cinesi s’incrociano e incrociano il mondo, come se stessero a New York  o a Berlino. A differenziarli c’è la loro moneta con il volto di Mao su tutti i biglietti di banca, a significare l’importanza che ha avuto la “Rivoluzione Culturale” per rendere moderna e efficiente la Nazione. E questo spiega come questi non-luoghi siano vissuti con valenza positiva, godendo della sicurezza prodotta dal poter trovare anche in Cina tutto ciò che si trova in qualsiasi angolo del globo. Da qui uno dei paradossi della Cina moderna e della sua voglia di vivere come (e meglio) che in occidente”